a cura di Sebastian Schütze, M. Antonietta Terzoli
Editore: Taschen
Collana: Clothbound
Anno edizione: 2017
Pagine: 464 p., ill. , Rilegato
EAN: 9783836568647

Descrizione

Di lui, William Wordsworth scrisse: “Non c’è dubbio che questo poveraccio fosse pazzo, ma c’è qualcosa nella sua pazzia che attira il mio interesse più dell’equilibrio di Lord Byron e Walter Scott”.

Sottovalutato in vita, destino che lo accomuna a molti altri geni, William Blake viene oggi considerato il più grande artista britannico. Non solo per l’ invenzione dell’incisione a rilievo, ma anche – anzi, soprattutto – per il carattere visionario della sua opera. Il cui atto conclusivo, va detto, non poteva trovar migliore sorte dell’illustrazione della Divina Commedia.

“Lo abbiamo trovato zoppo a letto – racconta Samuel Palmer nel 1824, pochi mesi dopo che Blake ricevette la commissione da parte di John Limmel – Non era inattivo, nonostante i sessantasette anni, ma lavorava sodo su di un letto coperto di libri, sedendo come uno dei patriarchi antichi o un Michelangelo morente”.

L’intento di dare forme e colori al poema dantesco lo terrà impegnato fino al giorno della morte, occorsa il 12 agosto 1827: questo rapporto fitto, intenso, intimo e totale con Dante produrrà 102 illustrazioni fra schizzi e acquarelli, lasciati in diversi stati di elaborazione. L’opera non fu mai pubblicata e le tavole furono poi disperse fra collezionisti privati e musei.

Solo una casa editrice, in Europa, poteva riuscire in un’impresa senza precedenti: raccoglierle e riprodurle a tutto folio (con 10 maxi-immagini pieghevoli) in un volume da collezione, con testi specialistici – tradotti in 5 lingue – a cura dello storico dell’arte Sebastian Schütze e della filologa Maria Antonietta Terzoli. Parliamo, ca va sans dire, di Taschen. La notizia è che quell’edizione, datata 2014, e naturalmente – anzi giustamente, verrebbe da dire – non economica, è stata affiancata ora da un esemplare più agile, posizionato nella collana “Clothbound” insieme alla monografia su Charlotte Salomon e ai “Ritratti di città”.

Debitore del simbolismo pre-raffaelita, precursore del gusto romantico e persino di quello surrealista, Blake è forse il più grande interprete di quello che Alberto Asor Rosa chiama il “visibile parlare” insito nella poesia di Dante:

Ogni qualvolta Dante descrive una situazione, il meccanismo si avvia e rapidamente prende forma. Bastano 2 o 3 versi perché si disegni un mondo dai confini tanto precisi quanto, alla fine, inattingibili

Al pari della Divina Commedia, la creatività di Blake spazia da scene di sofferenza a immagini di luce, da orribili trasfigurazioni umane fino alla perfezione della forma fisica, in un gioco caleidoscopico che non conosce sosta. “L’immaginazione – questo è Blake che parla – non è uno stato mentale: è l’esistenza umana stessa”. Il sospetto, tuttavia, è che il nostro vada ben oltre l’immaginazione, e questo sospetto è confermato dall’idea che, “se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe come è: infinito”.

Non c’è dubbio, Blake traghetta l’immaginazione su un altro piano, a lui più congeniale: quello della visione. Blake non immaginava, vedeva. Cherubini, per lo più. Parliamo di quel genere di visioni che l’opinione comune appoggia sul sottile confine fra misticismo e follia, ma per cui Henry Bergson ha una definizione molto più calzante: quella di intuizione, di “visione dello spirito da parte dello spirito”, capace di trasportare la coscienza su un piano che, a poche ore dalla morte, fra i disegni della Divina Commedia, ispirerà a Blake queste parole, dedicate all’amatissima moglie Kate:

Resta ferma! Esattamente come sei ora. Farò il tuo ritratto, perché per me tu sei stata sempre come un angelo