a cura di Justinian Jampol
Editore:Taschen
Anno edizione: 2017
Pagine: 800 p., ill. , Brossura
EAN: 9783836571883

Descrizione

Il 9 novembre 1989, nel giubilo generale, cadeva il Muro di Berlino. Chi possiede i requisiti anagrafici ha ancora negli occhi le scene di vita festante e felice che seguirono l’abbattimento dell’area di confine, suffragate dalle immagini di repertorio. I più attenti, però, ricorderanno che nemmeno 6 mesi dopo, il 5 maggio 1990, qualcosa era già cambiato nell’umore delle genti dell’Est. Qualcosa lasciava intuire che quella divisione, vissuta e pensata come artificiosa, non era solo geo-politica. O almeno non più. Quaranta lunghi anni non avevano eretto solo un muro. Avevano scavato un solco.

5 maggio 1990. In questa data, i telegiornali mostrarono qualcosa di molto diverso dalle “magnifiche sorti e progressive”: le immagini che giungevano della piazza di Lipsia non erano più immagini di gioia e di speranza. Erano piuttosto immagini di rabbia. Rabbia per la disoccupazione crescente (in pochi mesi si registrarono 3 milioni di disoccupati in più a causa della chiusura degli impianti industriali schiacciati dal crollo della domanda), rabbia per il rincaro degli affitti, rabbia per l’aumento del costo della vita.

Quella che fu chiamata riunificazione, a conti fatti, si stava trasformando in una vera e propria annessione dell’Ovest ai danni dell’Est. E la parola – danni – non è scelta a caso, perché è in questo humus che nacque quel fenomeno senza precedenti che va sotto il nome di Ostalgia: nostalgia dell’Est.

Per comprenderlo, per comprendere perché “non si stava poi così male”, bisogna prima capire cosa fu la Germania dell’Est, penetrarne la quotidianità, la simbologia, la coscienza collettiva, un compito che rende “The East German Handbook”, edito da Taschen, uno strumento di una bellezza indispensabile, un’enciclopedia visiva disponibile ora in una versione più leggera ed economica di quella in formato XL.

Il volume comprende circa 2000 oggetti provenienti dalle collezioni del Museo Wende di Los Angeles, in California, specializzato nella cultura visiva e materiale dell’ex blocco orientale.

Nell’universo ricostruito all’interno di questi ambienti trova spazio tutto ciò che apparve, nei decenni successivi alla fine della guerra, in quel lembo di Germania: simboli ufficiali ed espressioni dissidenti, la routine e l’eccezione, la produzione industriale e quella artigianale, il comico e il tragico, disseminati fra opere d’arte e di design, oggetti di uso quotidiano e manifesti.

Dei 100 mila oggetti presenti nel museo, Justin Jampol, che del Wende è fondatore e direttore esecutivo, ne ha selezionato 2000. Duemila oggetti che in questa edizione vengono distribuiti in circa 800 pagine, con testi in inglese e tedesco, da sfogliare e contemplare prima che da leggere, esercitando il sentimento estetico post-moderno sul terreno di un mondo ormai scomparso: un mondo dove l’oppressione era realtà quotidiana, certo, ma in cui proprio una condizione paritaria di timore diffuso creava scenari di coesione sociale e solidarietà, forse anche un’unità cementata dall’attesa del “wende”, del cambiamento, contraddittoriamente veicolata dalla stessa propaganda del regime e dalla sua insistenza sull’appartenenza del singolo a un destino collettivo di benessere e prosperità.

Chi visse quel periodo sottolinea come nel senso di comunità sia da ricercare, in prima istanza, la differenza più ragguardevole fra il prima socialista e il dopo capitalistico.

Ci si può chiedere se questo prima, nelle forme in cui oggi molti ostalgici lo descrivono, sia mai esistito.

Ci si può chiedere se la Germania Est, oggi, non sia la proiezione di un passato che l’ansia, la competitività e l’incertezza dei tempi presenti hanno filtrato e modificato a uso e consumo di un’identità postuma, forse di un’utopia introspettiva; un’utopia, vale a dire un “non luogo”, che abbandonati i territori della ragione e della speranza si è rifugiata nel laboratorio creativo della memoria.