a cura di C. Chéroux e C. Bouveresse
Editore: Contrasto
Anno edizione: 2017
Pagine: 416 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788869657269

Descrizione

Basterebbe il primo dei tue termini in cui si articola il titolo, “Magnum”, per capire che questo è uno dei più importanti volumi da collezione dati alle stampe nel 2017, e che destinare ad esso uno spazio consono nella propria libreria è del tutto doveroso. Poi, però, l’occhio cade su quel secondo sostantivo, “Manifesto”, che appare quantomeno curioso considerata la sua natura celebrativa e non programmatica, e le ragioni per acquistarlo si moltiplicano sull’onda di questo straordinario merito: spingere a interrogarsi sulla carica ideologica della fotografia come arte (e come strumento giornalistico) nell’era dei Social Network; un’era che rende al contempo tanto attuale quanto anacronistica, tanto essenziale quanto demodè Magnum Photos, la mitica agenzia fotografica di cui il volume racconta i primi settanta anni di vita.

Fondata nel 1947 da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger e William Vandivert, Magnum Photos ha prodotto alcuni fra i più importanti e drammatici reportage del novecento: in Vietnam, in India ai tempi della carestia, fra i minatori boliviani e fra i movimenti per i diritti civili, solo per portare alcuni esempi.

Curato da Clément Chéroux con la collaborazione di Clara Bouveresse, il libro (che assomma 416 pagine riccamente illustrate e che in Italia è edito dalla casa editrice Contrasto) attinge all’archivio di Magnum per sottolineare gli ideali di libertà, uguaglianza e universalismo che emersero dopo la Seconda guerra mondiale, ma anche la crescente frammentazione e disuguaglianza globale testimoniata dalle sottoculture, dalle minoranze e dagli esclusi. Sullo sfondo, le diverse forme espressive con cui i fotografi di Magnum hanno catturato i cambiamenti del mondo e dei pericoli che incombono su di esso. Pericoli che, oggi, chiamano direttamente in causa la fotografia: perché, al tempo dei social network, che ne è della fotografia come arte e vocazione, marginalizzata dalla produzione bulimica di immagini filtrate e catapultate sui social media per essere digerite da algoritmi che tutto possono fare, meno interrogarsi sul “senso” e sul destino dell’informazione?

Nel momento in cui la fotografia diventa lo strumento per eccellenza attraverso cui le persone comunicano fra di loro, l’immagine retrocede per effetto d’inflazione a vuoto gioco sensoriale, mera impronta sulla sabbia, oggetto di consumo virtuale da lasciarsi rapidamente alle spalle scorrendo una timeline. Abbiamo davvero necessità di questo genere di cultura visiva, precariamente controbilanciata dalla celebrità di alcuni scatti “spettacolari” come la ragazza afgana di McCurry? Oppure, ciò di cui abbiamo ancora drammaticamente bisogno, è di immagini che vengano assimilate con maggiore lentezza, di “archetipi” che penetrino in profondità nella psiche e che ci consentano di decriptare i codici di accesso della coscienza collettiva per educarne le emozioni e per introdurre nuove sfumature nello spettro della nostra vita interiore?

Non mancano interpreti capaci ancora di assumere sulle proprie spalle questa missione né tentativi in tale direzione. Quello che sta venendo meno è il tempo che la nostra attenzione, bombardata da ogni genere di fonte, può dedicare alla fotografia di qualità, la nostra abilità contemplativa e, con esse, la nostra attitudine a distinguere la fotografia fra passatempo di massa da un lato e progettualità, intenzionalità, dall’altro.

In un’intervista all’Ansa di tre anni fa, il fotoreporter Stephen Alvarez ha spiegato che “al National Geographic, dal pensare a pubblicare una storia a volte passano anche cinque anni”. Se è vero, come spiega ancora Alvarez, che molte persone oggi apprezzano di più le abilità di un fotografo professionista e vogliono carpirne i segreti del mestiere, è anche vero che questa sensibilità appare eminentemente rivolta al fatto tecnico.

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Il funerale di Gandhi – foto di Henri Cartier-Bresson

Il rischio apocalittico che incombe sulla nostra cultura visiva è la ricerca di popolarità immediata, di auto-affermazione e di “potere” simboleggiata dalla diffusione dei Selfie, dove al centro non c’è il mondo in perenne equilibrio fra gioia e dolore. Ci siamo sempre e solo noi, intenti non a cercare con l’occhio quello che permetterebbe ad altri di perfezionare la propria visione del mondo, ma solo ciò che soddisferà il nostro bisogno di approvazione, la nostra intima necessità di “piacere” o di stupire secondo elementari leggi di marketing.

Ci siamo noi col nostro carico di narcisismo, in cui l’obiettivo cessa di essere un “Medium” fra il nostro occhio e la realtà per divenire uno strumento di amplificazione mostruosa dell’ego, contro cui sì, un Manifesto celebrativo non potrà molto, se non evocare una resistenza interiore. Il che, considerati i tempi, non sembra nemmeno poco.