di Karen Green
Traduttore: M. Testa
Editore: Baldini + Castoldi
Collana: Le boe
Anno edizione: 2018
Pagine: 188 p., ill. , Brossura
EAN: 9788868529727

Descrizione

David Foster Wallace
Non temiamo smentita nel dire che “Il Ramo Spezzato” è stata una delle iniziative editoriali più significative del 2018. A 10 anni dal suicidio di David Foster Wallace, Baldini + Castoldi pubblica il memoir della moglie, Karen Green, in edizione limitata. E le reazioni sono estremamente vivide, perché “Il Ramo Spezzato” è “diretto, brutale, a tratti disperato”. “Un libro duro come un pugno, una lettera d’amore inferocita, un’esplorazione della fusione e dell’assenza e un’opera d’arte”.

Un’opera d’arte affatto sistematica, un collage rapsodico di scorci narrativi,” francobolli” e poesie abbandonato al flusso della coscienza, e che non pretende di esser nulla più del tentativo, impossibile a priori, di dare un senso o forse un posto al vuoto che da quel 12 agosto 2008 “riempie” la vita di karen insieme alle pillole o al deodorante di David, che ella conserva ancora e che usa con grande parsimonia. Ne abbozza un piccolo baffo sotto il naso, prima di mettersi a letto.




Pochi libri sono riusciti a sviscerare il lutto in modo così pervasivo, fino a porsi come paradigma di un’esperienza in cui si incontrano il soggettivismo più spinto e l’universalità della condizione umana. Un incontro che occorre sul terreno di un amore che non viene mai idealizzato o sublimato, quanto calato fra le pieghe di un’intimità che la Green mette a nudo senza pudore. “Il dottore dice che se fossi stato così tra virgolette perfetto per me, probabilmente saresti ancora qui, non per offenderla eh”.

Quello che resta sulla scena del suicidio di David non è la domanda se il loro amore fosse perfetto o meno, ma la consapevolezza che l’amore, qualsiasi amore, è tremendamente fragile. Anche quel mondo di oggetti che appariva così solido e così resistente cede alle intemperie del destino, restando a guardarci come una salsola nel deserto; è la struggente caducità di un universo domestico coi suoi ritmi tendenzialmente identici, restii all’irruzione in scena tanto di un imprevisto quanto di una tragedia. Capaci – almeno così sembrava – di accogliere, rivestire e scaldare anche le piaghe della depressione che quel giorno, il 12 agosto 2008, scavarono per sempre un solco nella vita di Karen.




“Alla fine il lutto diventa immortale e il buco è più familiare del dente. La lingua stuzzica la radice fantasma, la mente ispeziona le cavità del cuore per verificare che sia vuoto. C’è la cosa in sé e poi c’è la condizione del suo essere cava”.