di Ivan Cenzi e Carlo Vannini
Editore: Logos
Collana: Bizzarro bazar
Anno edizione: 2018
Pagine: 128 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788857609492

Categorie: , Tag:

Descrizione

Uno schivo eremita, dedito ad esperimenti segreti sui cadaveri in un laboratorio ricavato in una Chiesa sconsacrata. Non è la traccia di un romanzo dell’orrore, né la biografia di un killer seriale.

E’ forse una storia in cui la splendida penna di Emmanuel Carrerè potrebbe intingere il proprio vissuto, devoto com’è a personaggi bizzarri ed eccentrici.

Forse anche lo scrittore francese, che Adelphi pubblica con giustificato entusiasmo, si lascerebbe vincere dalla vicenda di Paolo Gorini, questo scienziato dell’800 passato alla storia come “Il Pietrificatore”.

Che è, per ora, il titolo del sesto volume monografico di Ivan Cenzi (con foto di Carlo Vannini) per la collana Bizarro Bazar, edita da Logos Edizioni.

Il libro, 128 pagine in suggestiva veste rilegata, si incentra su una collezione “anatomica” di 169 reperti ospitata all’Ospedale Vecchio di Lodi. Corpi interi, teste, neonati, giovani donne, contadini, la loro carne tramutata in pietra e imbalsamata, immune alla decomposizione; persone o dettagli anatomici fissati per sempre in un’eternità lapidea, consegnati a una “salvezza” di cui nessuno è ancora riuscito a formulare un’escatologia e forse un’ontologia; una “scienza”, vale a dire, che lasci precipitare la “forma del soggetto” nella naturale nientificazione; e che sottragga questa stessa forma alle fantasie che un soffio di vita – per effetto del galvanismo, della magia o di un virus mutante – possa essere ancora ospitata in esso.

Epoca di medium e scienziati positivisti, di pionieri della medicina moderna e di negromanti, di poeti romantici e scrittori dell’orrore, l’ottocento fu una zona di confine in cui suggestioni destinate a incanalarsi lungo gli opposti sentieri del reale e del fantastico si contaminarono, generando figure irripetibili e mitologie destinate a perpetuarsi nell’immaginario collettivo.

Al di fuori della leggenda che il suo carattere, i suoi interessi e la segretezza dei suoi ritrovati alimentarono, Paolo Gorini fu semplicemente uno scienziato dedito alla conservazione dei cadaveri in vista, soprattutto, di finalità didattiche e pratiche. Questa è la conclusione a cui è giunta la storiografia moderna. Ma è davvero così? Poggia, questo bisogno di disincanto, su basi effettivamente solide?

Facciamo un passo indietro: il “Nostro” nasce a Pavia nel 1813, figlio di Giovanni Gorini (professore di Matematica presso l’Università di Pavia) e di Martina Pelloli. Nel 1825 Giovanni Gorini perse la vita, travolto da una carrozza. Morì così, sotto le ruote di quel mezzo e, soprattutto, sotto gli occhi del figlio. La tentazione di un parallelo fra lo scienziato italiano e il Frankestein di Mary Shelley, segnato dalla morte della madre, è forte. Anche perché, a questo proposito, è lo stesso Gorini ad ammettere:

Quel giorno è il punto nero della mia vita: segna la separazione della luce dalle tenebre, il dissiparsi d’ogni bene, il principiare d’una infinita processione di mali.

Una seconda svolta coinciderebbe invece con una lezione di medicina, cui lui assistette pur non essendo un medico (ma un matematico e uno scienziato naturale) su putrefazione e mummificazione dei corpi. Di certo, fu questo il filone conduttore della sua intera esistenza, con particolare riguardo a quel metodo di conservazione meglio noto come “pietrificazione”.

Di esso si era già avvalso un altro scienziato, Girolamo Segato, che tuttavia era morto portandosi nella tomba il segreto attraverso il quale mineralizzava corpi e tessuti. Fu nel 1842 che Gorini infranse il mistero e mise a punto alcuni composti chimici preservanti. La notorietà raggiunta a livello internazionale, con l’appellativo di “mago”, gli valse nel tempo commesse indubbiamente prestigiose, come il compito di preparare la salma di Giuseppe Mazzini. Questi, tuttavia, era già morto da due giorni quando Gorini potè mettersi al lavoro. La salma, che riposa al cimitero monumentale di Genova, non fu pietrificata ma, secondo le parole dello stesso Gorini, “disinfettata” per fermare l’avanzata della putredine.

La sua città adottiva, Lodi, dove svolse la mansione di insegnante di scienze al liceo comunale, gli dedicò una via quando Gorini era ancora in vita. Fu il segno dell’apprezzamento di un’opera così eccentrica e per certi aspetti macabra, distante dalla sensibilità dell’uomo comune? In parte. Anzi, in minima parte. Perché Gorini morì in povertà senza nessun agognato riconoscimento accademico. Come Segato, tenne le sue formule sotto chiave per tutta la vita, portandole con sé nella tomba. Una scelta comune a quella di molti altri pietrificatori, un aspetto esoterico che alimentò leggende che solo il ritrovamento di alcune di queste formule, da parte del curatore museale Alberto Carli, ha potuto mitigare. Bicloruro di mercurio e muriato di calce. Tutto qui, dunque?

In questa semplice formula chimica, tenuta segreta per ambizione, in vista di riconoscimenti pecuniari e accademici mai giunti, si scioglie la figura alchemica di Paolo Gorini? E come sostengono alcuni, il trauma della morte del padre, con il suo carico di ossessioni, poté davvero meno del quadro culturale in cui si svolse la sua esistenza, un quadro che vedeva la diffusione della conoscenza della civiltà egizia, uno spirito di laicità ereditato dal secolo dei lumi e un certo gusto anti-clericale tipico della stagione risorgimentale? No, deve esserci di più. C’è senz’altro di più.

In Gorini entra in gioco il nostro rapporto con la morte. L’indissolubile, magnetico, legame fra eros e thanatos, la “pulsione di morte” freudiana, e l’angoscia heideggeriana che ci pone in contatto con noi stessi e col nostro ineluttabile destino, coincidente con la “possibilità dell’impossibilità”; ancora, quell’attrazione mai sufficientemente rischiarata verso l’orrifico e il macabro, gettano sull’opera di questo scienziato un’altra luce: Gorini, ma ancor più la figura di Gorini e ciò che la sua “arte” evocano in noi, si sono spinti laddove l’uomo sente di dover volgere uno sguardo privo di illusioni e tuttavia tergiversa, nervoso, attenendo da quelle dimensioni ulteriori parole e immagini di chi ha vinto il timore, quando non il terrore, e vi ha preso dimora. Per sempre.