di George Steinmetz
Editore: Touring
Collana: Divulgazione e illustrati Touring
Anno edizione: 2015
Pagine: 352 p., ill. , Rilegato
EAN: 9788836567881

Descrizione

“Il terribile inganno che la natura ci tende è la sua qualità estetica: l’immensità di ciò che sfugge al nostro ordine di grandezza è il Bello, il Sublime che dà le vertigini ma non ci ama, non è fatto per noi. <strong>L’universo non protegge la nostra esistenza</strong><strong>”. </strong>Le parole di Quirino Principe, tratte da “Orizzonti della Geofilosofia”, sono forse le migliori chiavi di lettura di questo viaggio; un viaggio che ha eletto a propria meta il deserto. Anzi, i “deserti”. Quelli di Iran, Yemen, Ciad, Perù. O<strong> il<strong> Rub al Khali</strong></strong>, in Arabia Saudita, il più esteso al Mondo, una specie di star gate fra la Terra e Marte; deserti raccolti in quello che è un vero e proprio<strong> “volume fuori dal comune per qualità fotografica e formato, frutto di un progetto che in 15 anni ha condotto l’autore in 30 Paesi”</strong>.

Lui, l’autore, è <strong>George Steinmetz</strong>, un pilota di parapendio a motore, un mezzo leggero precursore (un po’ romantico un po’ eroico) del drone aereo, che è valso a questo spericolato globe trotter prestigiose collaborazioni col The New Yorker, lo Smithsonian, il Time, il The New York Times Magazine e, ovviamente, il National Geographic. “’Déserts Absolus”, in italiano semplicemente <strong>“Deserti”</strong>, è la sua ultima fatica, edita in Italia da <strong>Touring Club Italiano</strong>: 352 pagine, rilegate, fitte di <strong>immagini potenti e sbalorditive. </strong>

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Tratto comune delle zone sorvolate da Steinmetz è l’iper-aridità, che le rende quasi irreali: le regioni oggetto della cernita ricevono <strong>meno di 10 centimetri di pioggia l’anno</strong>. Fra gli aggettivi che meglio di altri descrivono la “qualità estetica” del deserto, ne spicca uno: immane. Che, etimologicamente, è proprio di ciò che continua a incombere su di noi. Mai, in tutta la vicenda della Terra, il deserto ha interrotto la sua avanzata e oggi, anche a causa dell’impronta generata dall’uomo sul Pianeta, è in rapida espansione.

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Un orizzonte destinante, secondo molti scienziati “apocalittico”, che ci riporta violentemente al <strong>“deserto” come spazio religioso</strong>, come luogo d’incontro e scontro fra l’uomo e il divino. Diverse espressioni bibliche sottolineaneo la pericolosità di fare, come Steinmetz, esperienza del deserto, “grande”, “spaventoso” e “pieno di serpenti velenosi”.

La tentazione di mormorare contro Dio, in queste valli desolate, è grande. Eppure, qualcosa di ambivalente che rovescia il quadro si insinua in chi ne fa transitoriamente la propria “casa”: il deserto appare sempre una tappa provvisoria, dove ci si rinnova e si scoprono nuove sorgenti di vita. <strong>Nel deserto si vive allo scoperto, senza possibilità di nascondersi, anche a se stessi. </strong>

Qui l’uomo può soccombere, tanto fisicamente quanto spiritualmente. Ma può anche adattarsi ad esso come hanno fatto innumerevoli forme di vita, in grado di sopravvivere nelle condizioni più estreme e, infine, pervenire a una “terra promessa”, <strong>rinato, convertito e liberato proprio da ciò che temeva di più</strong>: l’aridità di senso, il vuoto, quel “silenzio sottile” che sperimentò il profeta Elia e che sembra avere – esattamente, implacabilmente – le forme, i colori e la surreale lucentezza di foto catturate da un parapendio motorizzato.