di Caravaggio
Curatore: F. M. Ferro
Editore: Interlinea
Collana: Nativitas
Anno edizione: 2017
Pagine: 64 p., ill. , Brossura
EAN: 9788868571498

Descrizione

Prendete il più famoso e quotato degli artisti contemporanei. Prendete Andy Wahrol, Roy Lichtenstein o Bansky. Ecco, nemmeno loro, splendidi cantori visivi del nostro tempo, possono dirsi più moderni di Michelangelo Merisi da Caravaggio. E quando parliamo di modernità, non abbiamo in mente una modernità stilistica o concettuale, ma una modernità lucida, profetica, totale. La modernità che lega Merisi a un uomo che calcherà la sua stessa terra 3 secoli dopo di lui, dando vita a una vicissitudine umana troppo simile per apparire casuale.

A oltre 40 anni dalla morte, Pier Paolo Pasolini è ancora il più moderno degli intellettuali italiani. Questione di paradossi, perché la modernità di Pasolini nasce proprio dalla sua radicale anti-modernità, dalla sua posizione critica e ribelle nei confronti della società vigente, di cui è stato il detrattore più efficace e feroce. Non c’è chi non abbia notato che la sua idiosincrasia vibrante e creativa, a cui ancora attingiamo per resistere al campo gravitazionale di un riformismo plastico e apollineo (cui fa da pendant un populismo sterile e infantile), sembra riemergere come lava vulcanica dal fondo del diciassettesimo secolo. Dal fondo di un’anima, in particolare. Ça va san dire, l’anima di Caravaggio.

Entrambi riottosi alle regole del loro tempo, entrambi inquieti e perseguitati, entrambi affascinati dagli occhi neri e brillanti, dalla bocca un po’ grossa, dal ciuffo “alto, guerresco e magari anche un po’ esagerato e buffo sulla fronte”, quello che rende il ragazzo col canestro di frutta così simile a Pino Pelosi, il “ragazzo di vita” che ad oggi è stato l’unico condannato per l’assassinio di Pasolini. Entrambi ammaliati dagli ultimi, dai vinti, dagli umili, irresistibilmente attratti dal farsi uomo di Dio, dal divino che alberga nelle viscere del mondo e dall’irrefrenabile alternanza di vita e di morte che pulsa, senza sosta, ai bordi delle locande e dei vicoli più sporchi e malfamati.

Entrambi chiamati a restituire l’anima sulla riva del mare, al termine di una vicenda che sembra tratta più da una sceneggiatura che dal repertorio del fato. Entrambi vinti da una sensibilità che il genio di Andrea Camilleri, immaginando Caravaggio stesso intento a tenere un diario durante il soggiorno a Messina, là dove dipinge l’Adorazione dei pastori, proietterà negli occhi di Maria. Qui, proprio qui, “abita tutta la malinconia e la pena di me medesimo che pigliami a sera isguardando lo mare da la finestra”. E come può, la mente, non andare al “Vangelo di Matteo”, in cui Pasolini affida il ruolo di Maria, nei giorni della passione, a sua madre, “la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore”?

E’ difficile, oggi, comprendere Pasolini senza Caravaggio e viceversa, e a volerlo fare è come se si perdesse la giusta luce, quella che illumina anche la grande mostra “Dentro Caravaggio”, andata in scena fra il 2017 e il 2018 a Palazzo Reale a Milano. Venti capolavori del Maestro riuniti per la prima volta insieme, nel quadro di un evento che ha sollecitato la nascita di un volumetto tanto prezioso quanto agile: “Caravaggio. Natività” a cura di Filippo Maria Ferro. Il libro, firmato Interlinea, di sole 60 pagine, riporta estratti da Andrea Camilleri (unico nome in copertina) e Renato Guttuso. Del primo, si riportano frammenti da “Il colore del sole”, un immaginario diario siciliano di Merisi. Del secondo, si attinge invece a un testo incentrato sul Caravaggio anti-accademico e realista. Di suo, Ferro offre uno scritto scorrevole e dal taglio narrativo, frutto anche di una dote introspettiva che affonda le radici nell’affascinante incontro della figura dello psichiatra con lo storico dell’arte.

L’autore si concentra sull’ultimo, travagliato tempo dell’artista, nel suo costante peregrinare a sud, quando presero vita l’Adorazione dei pastori (1608-09) di Messina e quella Natività con i Santi Lorenzo e Francesco, trafugata con inaudita semplicità la notte tra il 17 e il 18 di ottobre del 1969 a Palermo. Un “furto clamoroso”, è stato scritto, “un’immagine di violenza, di incuria ambientale, di negligenza delle autorità. Un’immagine simbolo dell’inerte decadenza in cui era stata irretita una città una volta orgogliosa”.

Un fatto, soprattutto, di fronte a cui pare di sentir Pasolini, l’ultimo a potersi dire “un intellettuale, uno scrittore, uno che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace”. L’ultimo ad avere la forza e il coraggio di dire: “Io so”.